VERA VUZ

 

di Edoardo Erba

con Gigio Alberti (Manuel), Mario Sala (Isidro), Monica Bonomi (FelipaMaricruz)

regia di Lorenzo Loris

scene di Daniela Gardinazzi

costumi di Nicoletta Ceccolini

luci di Luca Siola

Disponibile da febbraio 2015

 

 

Il Tabasco non è una salsa al peperoncino piccante. Per lo meno non è solo quello. E’ uno stato del Messico meridionale di 25 mila chilometri quadrati di superficie, con due milioni e duecentomila abitanti. E’ uno stato povero, e a parte la salsa al peperoncino e una manciata di rovine Maya, non sarebbe così interessante se laggiù non si parlassero 68 lingue diverse. Lingue antichissime, che vengono addirittura dagli Olmechi, i progenitori degli Aztechi. Di queste 68 lingue, 29 sono in via di estinzione. In particolare una è parlata solo da due persone. Tranne che i due hanno litigato e non si parlano più.

 “ Manuel Segovia e Isidro Velazquez”  scrive il Guardian il 13 aprile 2011 “vivono a soli cinquecento metri di distanza l’uno dall’altro nel villaggio messicano di Ayapa, ma non si rivolgono la parola da anni. Sono le ultime due persone rimaste in grado di parlare il Nuumte Oote – la Vera Voce -  a cui gli antropologi stanno prestando particolare attenzione per evitarne la scomparsa. Non si sa se all’origine della mancanza di comunicazione ci sia una disputa o se i due non abbiano semplicemente niente da dirsi.”

È questa notizia di cronaca che ispira Vera vuz - La vera voce  di Edoardo Erba.

Nell’ultimo avamposto di un  mondo violento e primitivo ancora quasi tribale che sta per essere cancellato dall’ inesorabile avanzare del” nuovo”, solo due uomini resistono ostinatamente.

Sono Manuel Gonzales e Isidro Velasquez.  Diversi ed opposti in tutto. Uno è vitale, affabulatore, bugiardo, bandito, pericoloso, compagnone. Come fosse vento (tempesta) (L’emblema del vivere pericolosamente). L’altro è solitario, silenzioso, cocciuto, abitudinario, impassibile. Come fosse roccia. Uno ha divorato o è stato divorato dalla vita, l’altro l’ha quasi lasciata passare. (l’emblema del vivere tranquillamente). Amici per la pelle nell’ infanzia, nemici mortali per il resto della loro vita. Non si vedono da 40 anni e nemmeno si vorrebbero più rivedere ma le circostanze li costringono ad una resa dei conti finale.

Sarà un duello feroce , combattuto con una lingua dura, terrigna, arcaica che si richiama ai dialetti dei nostri contadini. Gente che magari non sapeva scrivere ma che era capace di levarti la pelle di dosso con una sola battuta.

Due vecchi amici che nascondono un segreto e una lingua antica che prende vita tra scintille del passato.

La vera voce è la lingua salvata, come la chiamerebbe Elias Canetti, ciò che lega la prima parte della nostra esistenza a echi di felicità, ma anche a segreti mai espressi in altre parole.  La vera voce  è la prima che si impara, ma al tempo stesso quella che rimane  taciuta quando più nessuno la pronuncia. Eppure la sua forza evocativa resta per sempre  in qualche luogo privato e intoccabile, in attesa di  rivivere quando  un  vecchio cancello della memoria riaprirà per l’ultima volta i suoi battenti.

Così, tra  le braci di  zampilli andati,  compare un  amico d’infanzia: Manuel Segovia. Questa visita inattesa  interrompe l’assopita giornata di Isidro Velasquez, vecchio rintronato che  per compagnia ha solo  una singolare e vivace domestica, unica passeggera della sua solitudine.  Manuel Segovia però  riporta indietro le lancette del tempo, con la potenza strisciante di bomba a orologeria, ritmata da parole che hanno odore  di terra, sibili di frusta, barbagli di stelle e sapore di tabacco. Un duello emotivo  incide  nel  presente lunare, disabitato e desolante dei due protagonisti. 

La vera voce è la lingua del cuore,  e ognuno riconoscerà anche la sua.  Una lingua ricca di humour, tagliente come un coltello. E un coltello alla fine, tra i due amici-nemici,  uscirà fuori  e  piano piano, come un cadavere sepolto, da questo duello emergerà l’episodio che è causa del loro odiarsi. Il tutto sotto gli occhi di una vulcanica serva ( che sembra uscita da un Goldoni primordiale) una specie di scatenato “zanni” in gonnella che mette naso e  bocca dappertutto e che in questa resa dei conti finale non intende affatto recitare un ruolo secondario.  Un “ western” di casa nostra.

 

Lorenzo Loris, Gigio Alberti, Mario Sala, Monica Bonomi

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